martedì, 30 marzo 2004

"Chiedersi cosa si...

ashleyarias @ Photobox

"Chiedersi cosa si vuole mentre si cercano le domande... Io so cosa voglio e ho smesso di cercare, qualsiasi cosa. Semplicemente vivo. Profondamente vivo. Mi lascio trasportare dalle emozioni, troppo positive da far venire i brividi, troppo negative da piangere fiumi di lacrime. E' tramite questo gioco di alti e bassi, di picchi e pianure che sento scorrere il mio sangue. Mi sono arresa al tentativo di cambiare il mondo, ora cerco il mio posto, il mio spazio e lo faccio giorno dopo giorno, sempre in movimento, fluida e colorata, con tante sensazioni e tanti turbamenti. Niente più progetti, niente più obiettivi, niente più modi di vivere. Solo io che mi prendo cura di me, che mi coccolo e mi accetto senza più essere troppo severa. Io e un uomo diverso ogni volta se questo è il mio istinto. Io e un solo uomo se lo voglio per sempre. Io e la possibilità di sbagliare, io e un lavoro qualsiasi. Io e ciò che voglio, senza più imposizioni. Tante idee, tanti sogni, tanti stimoli, mille emozioni contrastanti, passioni. E' tutto ciò che voglio e che sono. Io, che adesso ballo il tango. Un bacio RR" (Da una lettera di RoRo)


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lunedì, 29 marzo 2004

Domenica di primaver...

Domenica di primavera

"Il calore del sole percuoteva le loro nuche rasate. Era un pomeriggio domenicale sereno, tranquillo, splendido. E tuttavia in Kiyoaki persisteva il convincimento che nelle viscere di questo mondo, simile ad un otre di cuoio ricolmo d'acqua, ci fosse un forellino donde sentiva il tempo sfuggire goccia a goccia"

[Neve di primavera - Yukio Mishima]


postato da: _hold3n alle ore 17:24 | link | commenti (10)
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venerdì, 26 marzo 2004

Raccontare Cosa vuo...

Raccontare

Cosa vuol dire raccontare?
Guardo la valle mentre sono appoggiato con una spalla alla finestra. Fumo la mia sigaretta quotidiana e mi s'intorpidiscono le gambe. Il sole è una surreale finestra fra le nuveloe di cenere. Seguo con gli occhi coppie di uccelli che si rincorrono giocherellando sui rami degli alberi. Giocano alla vita, giocano all'amore. In questo periodo le piante irrequiete si sono rivestite di foglie verdissime. La pioggia di questi giorni rende l'aria gelida e frizzante, limpida come non mai. Gli alberi più saggi sembrano chiusi ancora nel loro silenzio, conoscono le bizzarrie dell'anima sentimentale della primavera.
La città è un brusio all'orizzonte che s'avvicina ogni giorno un passo in più. Ma oggi è tutto così tranquillo che anche l'orizzonte civile sembra dolce.
Penso ai sogni di mio padre da ragazzo, voler riconquistare le terre intorno a casa nostra, quelle terre che erano state di suo nonno prima e del padre di suo nonno ancora prima. Voler accogliere gli sforzi di tutta una famiglia e conservarli finché si può. Non c'è riuscito, ma cosa importa! Penso al mio di sogno, quello di mantenere fuori dalla valle la città che avanza. Il nostro piccolo mondo, la mia piccola casa. Riuscire a rimanere me stesso su questo prato, sotto il tiglio che ogni anno aspetta con impazienza di risvegliarsi, mentre le gemme sono cariche di vita che vuole esplodere.
Dieci anni fa intorno a questa valle c'era solo verde, poi, di anno in anno sono spuntate case, nuove costruzioni, cemento e gli alberi sono caduti sotto gli occhi di qualcuno.
Io ho solo voglia di raccontare e rimanere fedele a me stesso e forse è questo che conta; in fondo, è dall'ingordigia del mondo che nascono le storie.

Scrivevo ad una ragazza a cui una volta ho spedito una lettera in cui c'era tutta la mia carica emotiva. Le scrivevo della mia vita e di tutto ciò che si nasconde sotto la livida corteccia della mia pelle. Ha giocato un pò con me, con dolcezza e senza lasciarsi andare mai. Ho giocato un pò con lei e per un attimo mi sono perso per strada a guardare i suoi occhi mangiare la cioccolata.
La sua ultima lettera dice di una storia, una storia finita troppo presto e rimasta inespressa. La voglia di capire e di fermare l'irrequieta inquietudine. Sciogliersi un pò sulle sue labbra.
Sembra un punto, ad un bel gioco. E arriva primavera, questa primavera "frigida" e io ho voglia di spogliarmi, di mettermi nudo. Sono stato un albero frettoloso e poco saggio. O un tiglio fronzuto che trattiene i suoi baci e lascia che ciliegi e pesche e albicocche si riempiano di fiori e di foglie. Un tiglio che ha paura della primavera ché già ne ha viste troppe portare neve e gelo quando non te l'aspettavi. "Non importa chi ha ragione, importa chi è felice".

-E allora che ci guadagni?- disse il piccolo principe.

Ci guadagno il sapore della cioccolata, una primavera precoce dell'anima, il vento nei riccioli appena tagliati. La voglia di scrivere. L'odore di un divano in una notte di pioggia.
E una storia da raccontare.

Forse assaggiare la vita, vuol dire raccontare!










postato da: _hold3n alle ore 18:23 | link | commenti (16)
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domenica, 21 marzo 2004

Primavera Amo il si...

Primavera

Amo il silenzio e la solitudine. Amo il rumore del vento e la nebbia. Il sole caldo e intimo della primavera, i semi che nascono in questi giorni. L'odore del bosco la mattina alle sei quando il sole non è ancora arrivato sulla brina. Gli occhi delle persone che mi vogliono bene, gli occhi di Cori, quando mangia la cioccolata.
La voce di Maia.
Ho girato in lungo e in largo i miei orizzonti. Venerdì mi sono perso sui mezzi presi a caso per passare il tempo. Ho guardato la faccia delle persone e ho cercato di immaginare la loro vita a partire dalle espressioni e da quelle poche informazioni che riuscivo a ricavare dai loro discorsi. Ho visto un film, alle quattro del pomeriggio sperando di trovare il buio prossimo all'uscita. Non era ancora buio, ma il film era bello. Ho passato tutta la sera e la notte con Francesco e Amedeo e siamo stati in giro semi ubriachi per San Lorenzo, avremmo voluto prendere un notturno e per andare lontanissimo a cercare qualcosa dentro noi stessi. Riprendere le redini della propria vita, partendo dalla semplicità e dalla sincerità. A partire da se stessi e dal contatto con le proprie sensazioni.
Ripartire, da dove ci si era fermati a riflettere.
Tutta la notte a Roma, seduti su una panchina, un'altra birra in mano, a giocare con le ombre. A raccontare, gli anni che non ci siamo visti, con l'intimità di chi conosce già tutto.

Sabato passato sul divano, guardare la televisione senza ascoltare le parole. Fare un puzzle gigante di una propria foto da bambino e sentire mamma ridere e dire in quella foto eri proprio alto così. Rivedersi in dimensione naturale. Rivedere qualcosa che non esiste più e averlo concretamente fra le mani. Sentire fuori intanto il profumo della primavera. Discutere di giorni dispari e di giorni pari. Menzionare una ballata che nessuno ricorda. Nessuno.
E la sera, subito, uscire di nuovo con persone che non vedevamo da anni. Tre donne e noi, Io e Francesco, di nuovo. Capirci con uno sguardo e sorridere, ridere di cuore. Prendere in giro con disinvoltura una di loro che non c'entra proprio niente con noi. E una pizza, insieme a loro, dopo anni, che non riuscivo ad entrare in una pizzeria. Riuscire a superare l'angoscia dell'ordinazione, vedere loro mangiare come avrei voluto io, nessuno lamentarsi, nessuno. E ridere, di cuore, con persone a cui voglio bene e che non so quando rivedrò.

Darsi appuntamento per la festa di primavera su alla rocca medioevale. Uscire con Francesca e Valeria, passare a prendere Francesco. Andare in un posto in cui t'aspetti il sole e trovarsi immersi in uno splendido quadro di Monet. La nebbia ovunque, la valle che si perde nel biancore, la torre che ombreggia il cielo. Salire fino sulla torre, soffrire per le vertigini, riscendere e sorseggiare il vino fra gli ulivi. Gli occhi di Francesca che cercano i miei. Trovarvi quel fuoco caldo dell'amore e spaventarsi, voler andar via. Ma con calma, con moderazione.
Vedere Francesco e Valeria conoscersi, trovarsi bene e scherzare. Sentire Francesco particolarmente contento ed esserne felice. Provare mancanza per la sua partenza, provare la voglia di partire con lui.

E adesso qui. A scrivere.
Adesso posso. Adesso sono Io. Di nuovo.









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giovedì, 18 marzo 2004

"Uno scrittore può u...

"Uno scrittore può utilizzare, in definitiva, uno di questi due stili: può scrivere come se ritenesse la morte inevitabile , oppure come se la ritenesse non inevitabile [...] Se scrivi convinto che alla fine tu e tutti gli altri viventi siete destinati a morire, c'è la possibilità che il tuo stile sia abbastanza onesto [...] D'altra parte, per non uscire matto, devi credere che come la morte è una realtà anche la vita è una realtà [...] Si tratta di una faccenda fondamentalmente umoristica, le occasioni di ridere non mancano. Se ti concentri sul fatto che chi ora è vivo presto sarà morto, riuscirai a individuare, nella sua condotta, aspetti comici che altrimenti non avresti mai notato.

Il suggerimento più importante per uno scrittore, tuttavia, è questo: impara a respirare profondamente, a gustare davvero il cibo quando mangi, e quando dormi, dormi davvero. Cerca di vivere più che puoi, con tutte le tue forze, e quando ridi, ridi con tutto il cuore, e quando ti arrabbi, arrabbiati fino in fondo. cerca di vivere. Ben presto morirai"

[William Saroyan - prefazione a Il trapezio volante]


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venerdì, 12 marzo 2004

Ho perso la mappa de...

Ho perso la mappa dei miei sentimenti. Non ci sono più "vere fonti" che mi regalano freschezza. Non so più perché si cerca una fonte. Non so dove, non so quando, ho perso qualcosa, che non ho ritrovato. Non so più perché, quella cosa aveva un valore. Per me.

Pare che l'amore sia solo un leggero spostamento del cuore, passa tempo, ritorna a posto ed è tutto qui. E' per questo che mi sento immaturo, perché tutto è così banale. E non faccio altro che perdere tempo e energia mentale in una cosa così banale, mentre potrei canalizzare questa energia in tutte quelle potenzialtà che non ho mai espresso.

Dissociazione dell'emisfero destro da quello sinistro. La mente pensa ed allontana, il suo istinto sente forte e ricerca. Questo scontro duale non mi permette di dormire, leggere, riposare, sentire. E tutto sembra immediatamente più buio, più acido.

Dov'è dunque la verità?

duchesnay @ photobox

"[...]Come per miracolo smettiamo di suonare, tutti e due insieme. I nostri visi sono così vicini che quasi si toccano. Ci guardiamo in silenzio. E' un attimo; un desiderio fortissimo, un impulso irresistibile di stringerla a me con forza e baciarla, baciarla, accarezzarle il viso, i capelli...
Niente! Non è successo niente. Sono rimasto lì immobile, estasiato, come un poeta, come un cretino. Eppure sono sicuro che anche lei in quel momento... Era lì, bella, disponibile. Niente! Poi, è chiaro, non si recupera più. Purtroppo in queste cose le donne hanno perso completamente il senso dell'attesa.

[...]Sono geloso. No, a lei non lo dirò mai. Guai a farsi vedere insicuri! Sono geloso e al tempo stesso mi è tornata anche un pò di attrazione. Insomma: l'amerei, se lei mi amasse. Già, ma se lei mi amasse, l'amerei davvero?
Ecco cos'è la perversione. Non è mica avere qualche stranezza sessuale. La perversione è questa nostra incapacità di distinguere il possesso dall'amore. Bisognerebbe crescere; bisognerebbe farcela.

[...]Ma perché mi ostino a volerla? Perché non mi domando se voglio veramente lei, o la mia tranquillità? Tutto, tutto, anche il dolore diventa meschino, sporco, se si vive ossessionati dal terrore dell'abbandono. Ma è possibile che si debba passare sempre dagli stessi percorsi, dalle stesse paure, dalla stessa smania di trattenere, di possedere? Ecco cos'è il destino a ripetere! E' un marchio che abbiamo dentro dall'infanzia. E' un marchio che blocca la possibilità di diventare diversi. E' ciò che ci impedisce di crescere. E' il bambino di cui non ci liberiamo che grida e scalpita, non per una vita che cambia, ma per conservare intatte le sue sicurezze, sempre le stesse.
Se è così, bisognerebbe ammazzarlo il bambino che è in noi! Bisognerebbe avere il coraggio di affrontare il nuovo, magari tremando di paura.
Certo, tutto è meglio della ripetizione."

(G. Gaber - Questi assurdi spostamenti del cuore)






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"Non esprimersi è co...

"Non esprimersi è come allenarsi alla morte!" (G. Gaber)


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